lunedì 27 febbraio 2012

La sostenibilità concepita come una dottrina



L’incessante e acceso scambio di idee sullo sviluppo sostenibile ha dato luogo a una nuova disciplina integrata, che secondo alcuni celebri ricercatori può essere battezzata col nome di “scienza della sostenibilità”. Il geologo americano Paul H. Reitan[1], la definisce come

l’integrazione e l’applicazione delle conoscenze del Sistema Terra, ottenute dall’impostazione di stampo olistico e storico (come la geologia, l’ecologia, la climatologia, l’oceanografia) armonizzate con la conoscenza delle interrelazioni umane ricavate dalle scienze umanistiche e sociali, mirate a valutare, mitigare e minimizzare le conseguenze, sia a livello regionale che mondiale, degli impatti umani sul sistema planetario e sulle società.

L’incognita rispetto alla “scienza dello sviluppo” è strettamente legata al fatto che non si tratta di una dottrina dai contorni chiari, ma, al suo opposto, di una scienza che raccoglie i più disparati saperi di altre materie, alcune dalla consolidata tempra — si va dalla fisica all’ecologia, dall’economia alla sociologia, dall’antropologia alla scienza politica — ma anche di molte altre discipline venute alla luce recentemente e considerate innovative — come ad esempio l’economia ecologica, la biologia della conservazione, l’ecologia del paesaggio — che tentano di rappresentare una visione d’insieme, penetrata a fondo e al tempo stesso inerente al rapporto che si instaura tra l’uomo e la natura. Questo insegnamento riguarda un concetto che si fa promotore dell’integrazione tra la complessità dei sistemi contemporanei e la laboriosità atavica della Natura, suggerendo un’idea più che credibile di “sviluppo” che contrasti il “mito della crescita”. Per sostenere questo confronto occorre indicare, procedendo con dovizia di particolari, soluzioni concretamente perseguibili. Studiosi di tutto il mondo stanno analizzando i processi naturali con strette connessioni a quelli sociali, economici e produttivi. Il loro operato ha come obiettivo quello di mettere in discussione l’uso delle risorse, i modelli di scambio economico, gli stili di vita, l’organizzazione delle istituzioni e le forme di governance. Questa scienza, come già accennato sopra, è affiorata in tempi molto vicini (nella seconda metà degli anni Novanta) mentre le preoccupazioni sulle relazioni causali fra l’intervento umano e il degrado ambientale sono emerse già nei primissimi anni Settanta, senza esser capaci di offrire però, complice anche questo gap ventennale — se non nel recente passato e con ingombranti incertezze relative alla loro applicazione —, vere e proprie soluzioni di continuità alle domande correnti e alle sfide che la sostenibilità ambientale fornisce quotidianamente.



[1] REITAN H. P., Sustainabilty Science and What’s Needed Beyond Science, 2005. Tali riferimenti argomentativi sono presenti al seguente indirizzo internet: http://www.nbii.org.