martedì 27 marzo 2012

La sagoma dello sviluppo sostenibile: il Rapporto Brundtland


In seguito alla Conferenza di Ginevra viene tradotta in pratica, per la prima
volta, un’iniziativa ambientale ragguardevole in seno all’ONU, che costituisce
la risoluzione 38/16: la Commissione Mondiale per l’Ambiente e lo Sviluppo,
presieduta dal primo ministro norvegese G. H. Brundtland. Il mandato redatto
dalla Commissione da parte delle Nazioni Unite era quello di “creare un’agenda
mondiale per il cambiamento (1). Lo studio prende quota sottolineando come
il mondo si trovi davanti ad una sfida globale cui può rispondere solo ed esclusivamente tramite l’assunzione di un nuovo modello di sviluppo, definito sostenibile. Se, da un lato, lo sviluppo sostenibile impone di soddisfare i bisogni fondamentali di tutti e di estendere a tutti la possibilità di fruire di maggiori aspirazioni per una vita migliore, dall’altro, persiste una condizione ottimistica
di fiducia (considerata da alcuni critici anche eccessiva) nella tecnologia che dovrebbe svolgere un ruolo traghettatore verso una nuova e diversa era di “crescita economica”. Lo sviluppo sostenibile, lungi dall’essere una definitiva condizione di armonia, è considerato piuttosto un processo di cambiamento congiunto con lo sfruttamento delle risorse, la direzione degli investimenti e l’orientamento dello sviluppo tecnologico; al fine di rendere i cambiamenti istituzionali coerenti con
i bisogni futuri, oltre che in conformità con gli attuali.

I concetti esprimibili attraverso il modello dello sviluppo sostenibile sottintendono la presenza di alcuni limiti, non assoluti, ma bensì imposti dall’attuale stato della tecnologia, dall’organizzazione sociale, dalle risorse economiche e dalla capacità della biosfera di assorbire gli effetti diretti delle attività umane.
Un aspetto decisivo che riguarda il presente Rapporto fa riferimento al ruolo di centralità che assume la partecipazione degli individui. Il soddisfacimento dei bisogni essenziali (basic needs) (2) esige non solo una nuova era di crescita economica per le nazioni in cui la maggioranza degli abitanti sono poveri, ma
anche la garanzia che i suddetti abbiano la loro parte di risorse necessarie a sostenere la crescita.
Il Rapporto Brundtland è diviso in tre ampi settori che tratteggiano le sfide cui l’umanità è chiamata a rispondere.


— Parte 1. Le preoccupazioni comuni. Esamina le preoccupazioni riguardanti
l’ambiente e lo sviluppo, formulando a riguardo strategie ambientali di lungo
termine al fine di assicurare uno sviluppo sostenibile per l’anno 2000 e oltre.

— Parte 2. Le sfide collettive. Propone nuove modalità di cooperazione tra i paesi
in via di sviluppo e tra i paesi a diversi livelli di sviluppo economico e sociale,
suscettibili di orientare le politiche e gli avvenimenti verso obiettivi comuni, che
tengano conto, in primis, delle interazioni tra la popolazione, le risorse, l’ambiente e
lo sviluppo.

— Parte 3. Gli sforzi comuni. Studia le modalità e i mezzi per affrontare tramite
la comunità internazionale i problemi ambientali, contribuendo a definirli e a
individuare gli sforzi appropriati per sfidare le problematiche ambientali, nonché la
formulazione di un’Agenda di lungo termine per le azioni da interpretare
durante i decenni a venire, circoscrivendo così gli obiettivi cui la comunità
ambientale può aspirare.

L’operato della Commissione portò nel 1987, come già accennato, alla
presentazione del Rapporto Brundtland dal titolo Our Common Future (3), nel quale il
fine dello sviluppo è recepito come la soddisfazione dei bisogni e delle aspirazioni
umane, secondo l’approccio dei basic needs, coniugato al concetto di sostenibilità.
La stessa Brundtland nell’introduzione al Rapporto scrive: «Ciò di cui abbiamo
bisogno attualmente è una nuova era di crescita economica, una crescita vigorosa
e in pari tempo socialmente e ambientalmente sostenibile».
Nella prima parte del Rapporto, intitolata “Da un’unica Terra a un nuovo mondo”
compare quella che poi sarà adottata come definizione dello sviluppo sostenibile:
«L’umanità ha la possibilità di rendere sostenibile lo sviluppo, cioè di far sì che esso
soddisfi i bisogni dell’attuale popolazione senza compromettere quelle future di
rispondere ai loro».
Il rapporto dedica il secondo capitolo allo sviluppo sostenibile, dando rilievo alla
natura dei bisogni diffusi, con particolare attenzione ai bisogni essenziali dei poveri
della Terra ai quali va indirizzata, innanzitutto, l’assoluta priorità nella scelta delle
politiche da affrontare, insieme al riconoscimento delle limitazioni imposte dallo
stato della tecnologica, dell’organizzazione sociale e della capacità ambientale
di soddisfare esigenze presenti e future. «Uno sviluppo sostenibile necessita che
siano soddisfatti i bisogni primari di tutti e che sia estesa a tutti la possibilità di dare
alle proprie aspirazioni un sentiero più facilmente percorribile» continua il presente
rapporto.
Il Rapporto Brundtland è risultato all’avanguardia sia per i contenuti che per le
analisi svolte; anche se il suo indirizzo finale non esce dall’enunciare principi dal
carattere meramente ideale e idealistico, omettendo il proponimento di strategie
reali e concrete che si era prefissato nella sua mansione originaria. Quindi, sotto il
profilo degli strumenti applicabili, ancora, non si riuscì ad andare al di là di accordi
parziali tra gli stati: le dichiarazioni prive di effetti legali, proprio a cagione della
mancanza di vincoli ben definiti, non portarono all’elaborazione di strategie di
azione globalmente coordinate.

Mauro catani


1.Cfr. PETRINI C., Bioetica, ambiente, rischio, evidenze, problematicità, documenti istituzionali nel mondo,
Rubbettino, Soveria Mannelli 2003.

2.L’approccio ascrivibile ai basic needs, vede lo sviluppo avere come preoccupazione prioritaria e obiettivo
inderogabile l’occupazione e la soddisfazione dei bisogni essenziali della popolazione. Le prerogative
fondanti comprendono tre dimensioni. La prima riguarda le necessità minime per il consumo privato
(alimentazione e abitazione), la seconda è indirizzata verso i servizi essenziali forniti alla collettività nel suo
insieme (sistema sanitario, acqua potabile e servizi scolastici), e la terza, interessa la consapevolezza della
dignità personale di ogni uomo, in quanto membro utile e significativo della propria società di riferimento. I
tratti di “particolarismo” contenuti nel seguente approccio, inducono a riflettere sulla dinamicità dei bisogni
essenziali e sulle diversità per gli stessi a seconda del paese al quale, in un dato momento, ci stiamo
riferendo.


3.Report from the United Nations World Commission on Environment and Development (WCED), 1987.